martedì 20 marzo 2012

E se le Immigrate fossero più emancipate...


E se le immigrate fossero
più emancipate delle italiane?





Questo è il post che non volevo scrivere. Mi è venuta voglia di farlo una volta, e l’ho rintuzzata; una seconda, e l’ho repressa. Alla terza ho deglutito e alla quarta ho ceduto, perché è un argomento che alla fine diventerà centrale per la convivenza italiana dei prossimi decenni.
Parlo del tema sollevato da qualche giorno fa da un intervento di Alessandra Coppola  proprio qui, sulla 27esima Ora. Alessandra è da sempre molto attenta alle migrazioni e il suo blog (Nuovi Italiani) ormai è un punto di riferimento per chiunque si interessi a questo argomento e all’integrazione.
Nel suo post di pochi giorni fa Alessandra mostra alcuni dati che confermano l’osservazione aneddotica di chiunque: a Milano (probabilmente anche altrove in Italia) cresce il numero di coppie nelle quali l’uomo è nato qui e la donna arriva da un altro Paese. Alessandra confessa il suo sospetto che ciò si spieghi con il fatto che gli italiani cercano una moglie «tradizionale»; aggiunge che «il maschilismo italiano si respira anche a Milano e l’uomo che prende moglie la preferisce più debole (per la condizione oggettiva dell’emigrazione, non per il carattere e la qualità delle donne straniere, che non si discutono)».
Ora, due mani avanti. Non è una situazione di vita che mi coinvolga personalmente e non ho né tempo né voglia di difendere il maschio milanese medio (ammesso che esista).
Mi interessa di più l’altro fattore dell’equazione: le migranti che, malgrado tutte le loro «qualità», sarebbero preferite «perché in posizione di debolezza». Ad Alessandra non si possono certo attribuire pregiudizi, ma molti e molte la pensano così.
 Dietro c’è l’idea che le migranti in fondo accettano uno scambio:
marito italiano in cambio di certezze economiche, o di un passaporto. Il passo fino ad accusarle di praticare una forma di commercio di se stesse rischia di non essere poi così lungo.
Magari mi sbaglio. O magari questa dialettica («vengono a rubarci i nostri uomini/le nostre donne») è vecchia almeno quanto il ratto delle Sabine. Vecchia quanto il primo giorno in cui una tribù entrò in contatto un’altra.
Ma se davvero vediamo le migranti (o i migranti) in questi termini, sarebbe ingiusto: verso di loro e verso il meglio di noi stessi. La nostra società soffre già di sufficienti chiusure così com’è, perché ce ne servano davvero delle altre.
E visto che il tema è inevitabilmente delicato e ho deciso di prendere il rischio, avanzo un’altra ipotesi (niente affatto sostenuta da dati):
e se le migranti in realtà non fossero affatto né più «tradizionali», né più «deboli»?
È possibile invece che in molti casi siano più solide e indipendenti, abbiano idee più chiare e costanti, elaborino aspettative e aspirazioni più mature di tante loro coetanee italiane. In una parola, è possibile che siano più emancipate.
Non ho idea se tutto ciò sia attraente per il maschio milanese medio. Ma per le migranti l’esperienza del rischio e lo strappo affettivo del viaggio e di una nuova vita lasciano sempre il segno.
Più facile che debolezza e tradizionalismo restino in mano a chi non l’ha provata

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