E
se le immigrate fossero
più emancipate delle italiane?
Questo è il post che non volevo scrivere. Mi è venuta voglia di farlo una
volta, e l’ho rintuzzata; una seconda, e l’ho repressa. Alla terza ho deglutito
e alla quarta ho ceduto, perché è un argomento che alla fine diventerà
centrale per la convivenza italiana dei prossimi decenni.
Mi interessa di più l’altro fattore dell’equazione: le migranti che, malgrado tutte le loro «qualità», sarebbero preferite «perché in posizione di debolezza». Ad Alessandra non si possono certo attribuire pregiudizi, ma molti e molte la pensano così.
Dietro c’è l’idea che le migranti in fondo accettano uno scambio:
Ma se davvero vediamo le migranti (o i migranti) in questi termini, sarebbe ingiusto: verso di loro e verso il meglio di noi stessi. La nostra società soffre già di sufficienti chiusure così com’è, perché ce ne servano davvero delle altre.
E visto che il tema è inevitabilmente delicato e ho deciso di prendere il rischio, avanzo un’altra ipotesi (niente affatto sostenuta da dati):
Non ho idea se tutto ciò sia attraente per il maschio milanese medio. Ma per le migranti l’esperienza del rischio e lo strappo affettivo del viaggio e di una nuova vita lasciano sempre il segno.
Parlo del tema sollevato da qualche giorno fa da un
intervento di Alessandra Coppola proprio qui, sulla 27esima Ora. Alessandra
è da sempre molto attenta alle migrazioni e il suo blog (Nuovi Italiani) ormai
è un punto di riferimento per chiunque si interessi a questo argomento e
all’integrazione.
Nel suo post di pochi giorni fa Alessandra mostra alcuni dati che confermano l’osservazione
aneddotica di chiunque: a Milano (probabilmente anche altrove in
Italia) cresce il numero di coppie nelle quali l’uomo è nato qui e la
donna arriva da un altro Paese. Alessandra confessa il suo sospetto che
ciò si spieghi con il fatto che gli italiani cercano una moglie
«tradizionale»; aggiunge che «il maschilismo italiano si respira anche
a Milano e l’uomo che prende moglie la preferisce più debole (per la condizione
oggettiva dell’emigrazione, non per il carattere e la qualità delle donne
straniere, che non si discutono)».
Ora, due mani avanti. Non è una situazione di vita che mi coinvolga
personalmente e non ho né tempo né voglia di difendere il maschio milanese medio
(ammesso che esista).Mi interessa di più l’altro fattore dell’equazione: le migranti che, malgrado tutte le loro «qualità», sarebbero preferite «perché in posizione di debolezza». Ad Alessandra non si possono certo attribuire pregiudizi, ma molti e molte la pensano così.
Dietro c’è l’idea che le migranti in fondo accettano uno scambio:
marito italiano in cambio di certezze economiche, o di un passaporto. Il passo fino ad accusarle di praticare una forma di commercio di se stesse rischia di non essere poi così lungo.Magari mi sbaglio. O magari questa dialettica («vengono a rubarci i nostri uomini/le nostre donne») è vecchia almeno quanto il ratto delle Sabine. Vecchia quanto il primo giorno in cui una tribù entrò in contatto un’altra.
Ma se davvero vediamo le migranti (o i migranti) in questi termini, sarebbe ingiusto: verso di loro e verso il meglio di noi stessi. La nostra società soffre già di sufficienti chiusure così com’è, perché ce ne servano davvero delle altre.
E visto che il tema è inevitabilmente delicato e ho deciso di prendere il rischio, avanzo un’altra ipotesi (niente affatto sostenuta da dati):
e se le migranti in realtà non fossero affatto né più «tradizionali», né più «deboli»?È possibile invece che in molti casi siano più solide e indipendenti, abbiano idee più chiare e costanti, elaborino aspettative e aspirazioni più mature di tante loro coetanee italiane. In una parola, è possibile che siano più emancipate.
Non ho idea se tutto ciò sia attraente per il maschio milanese medio. Ma per le migranti l’esperienza del rischio e lo strappo affettivo del viaggio e di una nuova vita lasciano sempre il segno.
Più facile che debolezza e tradizionalismo restino in mano a chi non l’ha provata

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